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Versione completa: Struttura della memoria: modelli schematici
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Nell’ambito della psicologia sperimentale, le ricerche sulla memoria indagavano un possibile modello schematico che ne descrivesse in modo esaustivo il funzionamento. Il primo in tal senso vide luce nel 1890 grazie al filosofo e psicologo americano William James, il quale asseriva che la memoria si distingue in due precisi contenitori:
  • Memoria primaria: custodisce e consente un agevole recupero delle informazioni provenienti dalla coscienza.
  • Memoria secondaria: consente la reperibilità delle informazioni non più presenti all’interno della coscienza.
Una possibile rappresentazione di quanto sopra esposto può essere immaginata come segue: uno stimolo verso la memoria primaria, tra questa e la secondaria può frapporsi l’oblio, quindi:

[stimolo] -> [Primaria] -> [oblio] -> [Secondaria]


Il modello in esame venne rielaborato nel 1900 da Muller e Pilzecker che implementarono nella teoria numerosi dati a livello sperimentale. Furono i primi ad affermare la possibilità che un avvenimento non possa essere archiviato in modo permanente se non è trascorso un determinato periodo di tempo dal suo verificarsi. Ciò significa che la traccia mnestica non si forma simultaneamente a quanto percepito, ma necessita di un fattore temporale per poter essere elaborata. Questo concetto è definito Ipotesi del consolidamento ed è al centro di innumerevoli, profondi approcci, sull’apprendimento e sulla necessità di frammentare lo studio alfine di consentire il consolidarsi del ricordo.

[Immagine: Schema1.jpg]

Il fisiologo Donald Hebb, negli anni cinquanta, propone sostanziali adeguamenti al modello Pilzecker, tra i quali l’ipotesi di una doppia traccia su cui produrre quella mnestica: in questa, suggestiva, supposizione, vengono coinvolti i circuiti nervosi deputati alla composizione del ricordo permanente, quindi le emozioni saranno componenti attivi nel consolidamento. Lo schema sopra citato viene ulteriormente adeguato e completato nel 1968 ad opera di Atkinson e Shiffrin che implementarono, accanto alla memoria primaria e secondaria, i registri sensoriali basati sui cinque sensi.

Gli assunti dei due studiosi presumono che le informazioni provenienti dall’ambiente vengono sottoposte ad un processo di elaborazione e successivamente immagazzinate nella memoria a breve termine, cioè la primaria. E’ possibile quindi, tramite reiterazione, trasferire quanto elaborato nella memoria a lungo termine, cioè la secondaria, oppure disinteressarsi di quanto acquisito consegnando le informazioni all’oblio. Una volta che le informazioni vengono depositate nella memoria a lungo termine non potranno essere in alcun modo disperse. I rapporti che intercorrono tra le due memorie, in base a quanto indicato dagli studiosi citati, sarebbero alquanto complessi ed altrettanto dinamici: “Quando un’immagine si trova nella memoria a breve termine, le informazioni ad essa correlate che giacciono nella memoria a lungo termine, vengono attivate ed immesse nella memoria a breve termine”.

Ciò significa che una parola referenziata ad un’immagine non potrà essere depositata nella memoria a breve termine se prima non verrà riconosciuta da quella a lungo termine, pertanto, qualora esistesse un’immagine, esiste parimenti un identificativo appartenente a delle esperienze pregresse vissute dall’individuo. In pratica ci sarebbe impossibile riconoscere la parola fragola senza un’immagine che possa referenziarla: le unità verbali si giustificano solamente quando associate ad un simbolo e questi, logicamente, è un’immagine.

Un saluto da Bolotana!