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La dannazione
#1
Nella valle incantata
Passeggiar m’è lieto in questo bosco d’incanto che paesaggio maestoso spinge fin dove occhio giunge ed ancor più in là ove belli l’alberi suntuosa han fatto la veste. Si dice lassù vi è bello un rifugio che di legno porta le assi, forti e spesse su pareti intarsiate che del tepore son culla, finestre basse che di luce la stanza fan bella quando ancor giovane è il giorno e di notte, dai vetri, luminose le stelle fan capolino.

Un camino vi è posto nella stanza sul lato, di pietra abbellito, largo di bocca che ceppi consuma a scaldar chi attorno s’adagia nel lieto sostare. In notti d’inverno, quando alta brilla di luce bianca la luna, pennacchi di fumo s’ergono al cielo e musica dolce s’ode nell’aria, vento freddo giunge da nord e sferza con forza dell’alberi i rami, sibilando con fischio acuto che d’uccello pare richiamo.

Scalpitar di cavalli s’avverte, forse lassù in cima, dove alto è il colle ed il cielo, bardato di stelle, magia desta in questa notte fatata. Figure maestose sul pendio intravedo, di cavalieri che non in questa terra han dimora ma d’altro mondo son figli e adesso quaggiù il drappello muove.

Argentea armatura che da largo scintilla con l’elmo dorato che il capo ricopre, pesante la spada sul fianco s’adorna forte di lama che roccia frantuma, la costoro potenza nell’aria rimbomba come saetta che in cielo diffonde.

Vicino al rifugio in cerchio son posti, aperti nel mezzo e adesso, dal bosco, giunge di beltà un gruppo che tra i cavalli muove e del rifugio, con piè lesto, l’agio si gode. Creature di luce vestite coi capelli che lunghi ammantano il corpo, l’occhi hanno di smeraldo il colore e parmi non siano di donna il travaglio poiché al vento fanno moina e del freddo, che intenso le avvolge, di loro niuna si cura.

Con l’animali, che a piè loro fanno mitezza, in comune hanno il verbo e di stelle una scia sul cammino le segue forte di luce sul morbido passo che agile inoltra nello stretto sentiero.

Di loro la prima, in mano tenuto, reca grande di papiro un involto con nastro dorato che agli estremi lo cinge ed un grande sigillo nel mezzo lo chiude. All’incedere suo, dei cavalieri fremito molto scuote la cerchia e le spade alto levano in cielo a che grande sia del drappello l’ossequio.

Anche l’ultima il rifugio guadagna e così la cerchia attorno s’è chiusa poiché dei guerrieri la veglia comincia...
#2
Incontro col dannato
Figura scorgo a lato distante, sul sentiero all’imbocco, pare d’uomo in disparte seduto, come in attesa col dito indicare. Su di me adesso lo sguardo rivolge e con mano fa cenno all’accosto seguire poiché di parola vuol farmi uditore.

“Chi sei che di questi suoni soavità ascolti ed in questa notte simposio miri di chi nel cielo da sempre dimora? Di morte preda non fosti e solo chi dalla nera signora compiacimento ebbe in questa valle osservar può! Forse erri in simulata sembianza ed araldo sei di chi in questa notte salvezza porge a chi nel tormento da millenni geme?”

In vero ti dico che mai nella valle vestigio stampai, d’essa seppi al narrar delle genti che grande mi diede di questo visione. Novelle non reco, araldo non sono e della conca splendore ho goduto finché notte m’ha colto al tuo cospetto sostare. Or dunque chi sei che meco l’incontro tieni in quella roccia adagiato, occulto agli occhi di chi nel sentiero s’è fatto viandante? Afflizione dall’occhi traspare e l’atteggio dimesso parmi d’uomo errabondo che requie non trova e mesto trascina di colpa un fardello!

“Gli accenti son questi arguto signore che della notte sei amico e concesso t’è stato nella valle osservare. Da tempo immemore morte d’appello mi fece, dopo che in vita beni molto godetti poiché sol di questo in me fu ragione e dei fratelli che fato irrise in sorte feci dileggio.

Mai tozzo di pane volli elargire e sempre scacciai chi dell‘androne faceva ricetto, agli animali giocosi che della mia terra facevano corte di veleno porsi bocconi affinché del frutto solo io avessi piacere.

Di carni, d’olio, di vino, la dispensa era trabocco, solo ai miei cari di questo elargivo e quanto in avanzo marcire doveva affinché per altri ristoro non fosse. Cupidigia molta il mio ingegno avvolgeva e dell’avarizia feci bordone, dagli infermi trassi profitto seppur di agi molto godevo e mai permisi che scrupolo alcuno in coscienza capolino facesse.

Quando da morte venni ghermito mi fu mosso in appunto, per il malaccorto agire, quanto d’uomo è grande stoltizia: sul fil della spada spartirono i beni, dei cari ognuno facendosi bestia a che larga fosse la parte e per questo le zanne fecero forti affinché nei fendenti il fratello perisse.

Al mortal sospiro misera fossa accolse la spoglia senza che un fiore la terra abbellisse e quando dei morti si onora il ricordo solo il vento accompagna dell’immoto cumulo la tacita veglia. Dei miei cari in memoria niuno il nome pronunzia poichè dell’oblio è ormai prigioniero e lo spirito afflitto vaga nel buio di requie assetato.

Della condanna ogni cento anni m’è concesso il lenire poiché in questa valle vi è il ritrovo dei saggi. Di numero in dodici in quel rifugio seduti si trovano adesso del Signore i seguaci, a loro il papiro verrà consegnato affinché del redento il nome sia noto e lassù in Cielo possa tornare.

Di beltà il gruppo che nel sentiero hai veduto, fino al rifugio l’incedere lieto, Angeli sono e del Signore gli araldi in questa valle inviati col nome di chi il tormento ha concluso.

In tanti attendiamo che in quel papiro di qualcuno il nome sia scritto, seppur questa colpa salvezza non trova poiché degli umani fra tutte è peggiore. Quando il redento dei cavalli avrà scorta è tempo per noi questa valle lasciare poiché supplizio altrove ci attende per ben cento anni ancora a venire e così in eterno la colpa espiare.

Se dato mi fosse del tempo il ritroso non di ricchezza sarei il servo mendace ma della carità amorevole figlio e dei miei fratelli ad ognuno beni molto darei osservando del cielo gli ammonimenti divini!”.
#3
Il commiato
Della fatta tua, individui tra noi sono in tanti e sempre di loro timore m’ingombra poiché avidità il cuor gli divora e d’avarizia ufficio hanno fatto.

Se indulgenza fato ti desse d’un filantropo il cuor tuo sarebbe e del cielo gli strali avresti in timore: ancor prima di morte il ghermire al rimorso attenzione dovevi prestare e dei numi il monito franco seguire, ma di te hai fatto segreta, alla sembianza altero coi fratelli irrisi!

Dell’animo tuo in compunzione scosso, lamento ignoto al cuor discende poiché scempio hai fatto dell’assennato agire e così in eterno amara coppa libar dovrai. Non di cuore è figlio l’atteggio tuo in dolor compunto ma di condanna che sul capo pende seppur di questa, in vita ancora, corbellar facevi.

Di te alle genti il narrare è vano poiché in tal fatta niuno è degno di consiglio udire e nel perenne oblio la silente pena espiar dovrai. Torna quindi fra cento anni ancora sul sentiero all’imbocco, in disparte seduto, come in attesa col dito indicare. Su di un viandante lo sguardo rivolgi e con mano fai cenno all’accosto seguire poiché di parola vuoi farlo uditore!
".

Vento freddo giunge da nord e sferza con forza dell’alberi i rami, sibilando con fischio acuto che d’uccello pare richiamo!

Se avete anche solo un tozzo di pane, dividetelo coi fratelli vostri!


Un caro saluto dalla terra dei nuraghi!


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